Associazione Culturale Sa Illetta

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Martedì 20 Agosto 2019

Cagliari: un giudicato in guerra

L’alba di un triste e ignoto giorno tra il 7 luglio e il 5 dicembre 1258 rischiarava le rovine fumanti della città sarda di Santa Igia, capitale del giudicato di Cagliari, il più antico dei quattro regni medioevali sardi che affiorano alla storia conosciuta della nostra isola con tutte le prerogative sostanziali e formali della piena sovranità e dello stato.

 

Rasa al suolo dopo un lungo assedio, sotto i colpi di una coalizione sardo-pisana, la villa di Santa Igia cessava di esistere decretando con la sua distruzione la fine de facto dell’intero giudicato cagliaritano. Nel luogo in cui era sorta la fiorente città – recenti studi hanno dimostrato che la sua ubicazione era compresa fra lo stagno di Santa Gilla e il colle di San Michele –, là dove si ergevano ricchi palazzi, chiese, piazze, la reggia giudicale, cinti da ampi fossati e da mura, ora non restano che ruderi sepolti dalle erbacce, a testimonianza di una realtà e di una storia irripetibili.

 

La nascita di Santa Igia, che i giudici di Cagliari avevano scelto quale sede del loro potere, risaliva al periodo in cui la popolazione, per sfuggire ai continui attacchi degli Arabi, era stata costretta ad abbandonare l’antico centro urbano della Karalis romana e a rifugiarsi nell’entroterra. Qui erano sorti alcuni agglomerati tra i quali, appunto, Santa Igia che, situata in prossimità dello stagno di Santa Gilla, affidava alla laguna il compito di difenderla dalle incursioni provenienti dal mare, mentre alle spalle la proteggeva il colle di San Michele.

 

L’azione militare del 1258 la distrusse e ne cancellò, per molti secoli, addirittura il ricordo; Santa Igia riemerse dalle nebbie del passato solo alla fine del XVIII secolo allorché Ludovico Baille ritrovò, casualmente, a Firenze, l’inventario degli arredi di alcune sue chiese: San Pietro, Santa Gilla e Santa Maria di Cluso. La scomparsa di Santa Igia dalla geografia isolana determinò la perdita di un grande bagaglio di memorie storiche e il dissolvimento di quel regno di cui era stata la capitale. Il giudicato di Cagliari, sin dagli inizi della propria sovranità e statualità, si differenziò dagli altri stati sardi per le scelte culturali e politiche operate all’interno del suo territorio.

 

Avendo costituito il nucleo più antico di un regno unitario dal quale è presumibile si siano staccati, più tardi, gli altri tre stati per uno svolgimento diretto e spontaneo delle preesistenti istituzioni bizantine, il giudicato di Cagliari svolse un ruolo che, rispetto agli altri regni isolani, gli ha permesso di assimilare più profondamente usi e costumi della civiltà bizantina e di maturare precocemente una coscienza istituzionale. Cagliari o Pluminos – così veniva anche detto – era l’unico giudicato nel quale i sovrani avevano conservato i titoli bizantini di “arconte” o “protospatario” riferiti ai nomi dinastici di “Torchitorio” e “Salusio” che, citati con rigorosa alternanza accanto al nome proprio di ciascun sovrano, costituivano l’appellativo esclusivo della legittimità al trono giudicale del re, per questo considerato un judike di diritto.

 

Le vicende del regno di Cagliari sono state profondamente influenzate dalla posizione e dalla natura del territorio compreso entro i suoi confini. Amministrativamente autosufficiente e funzionale, il giudicato era diviso in sedici curatorie, delle quali alcune, come il Campidano di Cagliari, Gippi e Trexenta, si estendevano sulle zone pianeggianti
più fertili e più produttive dell’intera isola, e altre, Cixerri e Sulcis, sul territorio più ricco di giacimenti minerari, soprattutto filoni argentiferi.

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