Associazione Culturale Sa Illetta

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Giovedì 25 Aprile 2019

Alessandra Cioppi - Il libro

E' stato presentato a Sa Illetta il libro di Alessandra Cioppi "Battaglie e protagonisti della Sardegna medioevale"

Libro - Per l'immagine ingrandita cliccare qui

La Sardegna è stata nel passato al centro degli interessi da parte delle grandi potenze mediterranee: Genova, Pisa, l’Impero, il Papato e la Corona d’Aragona. La lunga stagione dei quattro giudicati regni sardi, iniziata nell’alto Medioevo, termina con la guerra dei “Cento Anni” tra il superstite giudicato d’Arborea e la potente Corona d’Aragona. 
In questo libro, scritto con scrupolo storiografico, rivivono le biografie di Eleonora d’Arborea, Brancaleone Doria, Martino il Giovane, Mariano IV d’Arborea, Nino di Gallura, Pietro il Cerimonioso, il conte Ugolino, Enzo di Svevia. 
L’autrice, grazie ai documenti dell’epoca, alle antiche cronache e ai versi immortali di Dante Alighieri, ci restituisce le passioni, i drammi e le ambizioni di personaggi storici avvolti dalla leggenda. Il sogno di una Sardegna indipendente, sotto le insegne dell’albero diradicato dei giudici d’Arborea, finisce nel sangue delle più cruente battaglie mai combattute nell’isola. Il clangore delle armi risuona in queste pagine appassionate nelle quali l’autrice ha ricostruito la storia dei giudicati, delle battaglie, delle città e delle grandi famiglie che raccontano un Medioevo sardo ricco di storia europea e mediterranea.

 

Alessandra Cioppi, laureata in Lettere Classiche, diplomata in Archivistica e Paleografia, ricercatrice nell’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea di Cagliari (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Autrice di numerosi saggi di storia medioevale, pubblicati in riviste italiane e straniere, e del volume Enzo di Hohenstaufen, re di Sardegna. Dal giudicato di Torres alla prigione di Bologna, Sassari 1995.

 

Leggi alcuni brani del libro su Santa Igia » DA VERIFICARE!

Cagliari: un giudicato in guerra

L’alba di un triste e ignoto giorno tra il 7 luglio e il 5 dicembre 1258 rischiarava le rovine fumanti della città sarda di Santa Igia, capitale del giudicato di Cagliari, il più antico dei quattro regni medioevali sardi che affiorano alla storia conosciuta della nostra isola con tutte le prerogative sostanziali e formali della piena sovranità e dello stato.

 

Rasa al suolo dopo un lungo assedio, sotto i colpi di una coalizione sardo-pisana, la villa di Santa Igia cessava di esistere decretando con la sua distruzione la fine de facto dell’intero giudicato cagliaritano. Nel luogo in cui era sorta la fiorente città – recenti studi hanno dimostrato che la sua ubicazione era compresa fra lo stagno di Santa Gilla e il colle di San Michele –, là dove si ergevano ricchi palazzi, chiese, piazze, la reggia giudicale, cinti da ampi fossati e da mura, ora non restano che ruderi sepolti dalle erbacce, a testimonianza di una realtà e di una storia irripetibili.

 

La nascita di Santa Igia, che i giudici di Cagliari avevano scelto quale sede del loro potere, risaliva al periodo in cui la popolazione, per sfuggire ai continui attacchi degli Arabi, era stata costretta ad abbandonare l’antico centro urbano della Karalis romana e a rifugiarsi nell’entroterra. Qui erano sorti alcuni agglomerati tra i quali, appunto, Santa Igia che, situata in prossimità dello stagno di Santa Gilla, affidava alla laguna il compito di difenderla dalle incursioni provenienti dal mare, mentre alle spalle la proteggeva il colle di San Michele.

 

L’azione militare del 1258 la distrusse e ne cancellò, per molti secoli, addirittura il ricordo; Santa Igia riemerse dalle nebbie del passato solo alla fine del XVIII secolo allorché Ludovico Baille ritrovò, casualmente, a Firenze, l’inventario degli arredi di alcune sue chiese: San Pietro, Santa Gilla e Santa Maria di Cluso. La scomparsa di Santa Igia dalla geografia isolana determinò la perdita di un grande bagaglio di memorie storiche e il dissolvimento di quel regno di cui era stata la capitale. Il giudicato di Cagliari, sin dagli inizi della propria sovranità e statualità, si differenziò dagli altri stati sardi per le scelte culturali e politiche operate all’interno del suo territorio.

 

Avendo costituito il nucleo più antico di un regno unitario dal quale è presumibile si siano staccati, più tardi, gli altri tre stati per uno svolgimento diretto e spontaneo delle preesistenti istituzioni bizantine, il giudicato di Cagliari svolse un ruolo che, rispetto agli altri regni isolani, gli ha permesso di assimilare più profondamente usi e costumi della civiltà bizantina e di maturare precocemente una coscienza istituzionale. Cagliari o Pluminos – così veniva anche detto – era l’unico giudicato nel quale i sovrani avevano conservato i titoli bizantini di “arconte” o “protospatario” riferiti ai nomi dinastici di “Torchitorio” e “Salusio” che, citati con rigorosa alternanza accanto al nome proprio di ciascun sovrano, costituivano l’appellativo esclusivo della legittimità al trono giudicale del re, per questo considerato un judike di diritto.

 

Le vicende del regno di Cagliari sono state profondamente influenzate dalla posizione e dalla natura del territorio compreso entro i suoi confini. Amministrativamente autosufficiente e funzionale, il giudicato era diviso in sedici curatorie, delle quali alcune, come il Campidano di Cagliari, Gippi e Trexenta, si estendevano sulle zone pianeggianti
più fertili e più produttive dell’intera isola, e altre, Cixerri e Sulcis, sul territorio più ricco di giacimenti minerari, soprattutto filoni argentiferi.

Il mistero di Santa Igia capitale del giudicato di Cagliari

Sorta come un arcipelago di piccoli villaggi preistorici ammassati nei colli di Sant’Elia, Monte Urpinu, Villa Clara, San Michele e sparsi lungo il litorale, Cagliari si assestò definitivamente come centro urbano nelle zone tra Stampace e la Marina, dapprima con i Fenici e poi durante la civiltà fenicio-punica. Successivamente, in epoca romana, tra l’età repubblicana e quella imperiale, la città si allargò ricoprendo i confini dell’attuale centro storico, da Bonaria a Sant’Avendrace; e tale insediamento si è mantenuto sino ai giorni nostri senza sostanziali mutamenti.

 

Nel periodo giudicale, però, la capitale isolana cambiò ubicazione e andò a nascondersi nella bassura delle rive nordorientali della laguna di Santa Gilla dove, relativamente al sicuro dagli attacchi dei pirati, visse la sua tormentata esistenza di preda contesa tra le Repubbliche marinare di Pisa e Genova. Venne così a formarsi l’agglomerato di Santa Igia. A questo punto s’impone una domanda. Dove era posta Santa Gilla e quanto era grande questa città?

 

Valutando criticamente le fonti, in verità non numerose, e specialmente le pagine dell’Aleo, uno storico seicentesco la cui opera è tuttora un’autentica miniera di notizie, possiamo tracciare un perimetro abbastanza preciso dell’antico centro giudicale. Riportato nei termini attuali, esso ricopriva un’area estesa fra il borgo di Sant’Avendrace, il Fangario, la sponda dello stagno di Santa Gilla e la collina di San Michele. Pasquale Tola la chiamava “piana di San Paolo” poiché vi sorgeva la chiesa omonima, distrutta nella seconda metà dell’Ottocento.

Vittorio Angius, invece, nei suoi scritti specificava: «Villa di Santa Igia. La giacitura del borgo e castello di Santa Igia, o Gilla, così deve essere determinata: che da ponente toccasse lo stagno, da levante si estendesse sino alla linea della strada a Fangario e contrada del borgo esistente, verso austro alle spalle dell’attuale chiesa di Sant’Avendrace, verso il tramonto a non più di quattrocento metri in là delle ultime case di questo borgo. Intra questi limiti è da vedere molte fondamenta, e siffatti materiali, che attestano qualche magnificenza.

 

Il sito dell’antica chiesa principale è ben accertato. Era denominata Santa Maria de Clusi, utilizzata da canonici, e onorata dalla frequentissima residenza dell’arcivescovo. La popolazione era difesa da forti mura, e a più fermezza era stato erettovi un castello, che divenne famoso nelle guerre, e fu sempre dove andava a tempestare il nemico, e si consumava ogni violenza di guerra. Non sono molti anni che ne apparivano le fondamenta. I coltivatori le hanno già disciolte. In questo sito fortificato si riuniva col regolo della provincia quanto era nella medesima di persone illustri e potenti. In caso d’una repentina irruzione era il comodo di evadere per l’acque dello stagno o alla vicina isoletta, o più in là …». Questa villa semiclandestina, dunque, era pur tuttavia la capitale del giudicato più antico dell’isola; una città in piena regola, con una reggia, l’arcivescovado, le chiese e le piazze.

La fortezza giudicale

Ben poco si è conservato di quello che fu il fulcro del regno cagliaritano. Fino al secolo scorso, ai tempi di Alberto La Marmora e del canonico Giovanni Spano, erano benvisibili i resti della fortezza giudicale, delle mura e di alcuni altri edifici. Oggi non è rimasto nulla o praticamente nulla.

 

Oltre alla chiesa di San Pietro, di matrice vittorina, sono visibili alcuni ruderi a Sa Illetta e pochi resti di mura ormai sepolti fra terra e immondizie nella zona tra Via Brenta e Via Simeto, sotto la sopraelevata San Paolo-aeroporto. Soltanto uno sguardo attento ed esperto può riuscire ad individuare confuse e malridotte tracce delle rovine di Santa Gilla, com’erano emerse a metà degli anni Ottanta, grazie ad una campagna di scavi archeologici, e ora inesorabilmente ricacciate nella loro tomba sotto una valanga di sabbia, detriti e rifiuti.

 

Tuttavia, in quel sito di cose morte regnarono un giorno i potenti giudici cagliaritani. Santa Igia, infatti, in un periodo non ancora precisato dell’alto medioevo – intorno all’VIII secolo – dovette giocoforza sostituire la Karalis romana, pressoché abbandonata dai suoi abitanti in seguito alle ripetute incursioni degli Arabi e dei Berberi islamizzati del Nord Africa, i quali avevano cominciato già da tempo ad attaccare le coste dell’isola.

La nascita di Santa Igia

Il motivo che determinò lo spostamento dalla vecchia capitale cagliaritana verso la laguna di Santa Gilla non è molto difficile da individuare. Circondato da acquitrini e per di più riparato sul fronte a mare dal lungo cordone litoraneo tra la Scafa e la Maddalena, il nuovo borgo medioevale nasceva, nell’immediato retroterra, protetto dalla configurazione naturale del sito su cui era sorto.



Nonostante la mancanza quasi assoluta di fonti storiche altomedioevali, le prime notizie riguardanti la sua esistenza risalgono agli anni intorno al 1070 e sono contenute nel più antico documento in volgare sardo che si conosca: la donazione da parte del giudice cagliaritano, Torchitorio I, di alcune ville, con relativi abitanti, al proprio arcivescovo Alfredo.



Fra queste è elencata Santa Igia, ma non sappiamo se fosse un grosso centro o un piccolo villaggio, né quando e da chi fosse stata fondata. Certamente si può ipotizzare un progressivo spostamento nel tempo della popolazione dal vecchio quartiere di Sant’Avendrace verso l’orlo dello stagno attraverso la creazione, per tappe successive, di quartieri autonomi o piccoli insediamenti sorti, magari, attorno a qualche chiesa e divenuti poi, in epoche relativamente tranquille, più grandi e importanti, tanto da estendersi, fondersi e fortificarsi, acquistando così potenza e prestigio e divenendo pian piano una nuova città. 



La continuità abitativa che permaneva ma si spostava lentamente verso lo stagno spiegherebbe anche perché l’antico nome Karali – ma anche Kalari e Kallari – continuò a sopravvivere e ad indicare, come un simbolo, l’intero giudicato di Cagliari. Per quanto riguarda la localizzazione, risulta difficile individuare sul terreno il luogo dove questo processo sia avvenuto, in quanto nei documenti manca qualsiasi accenno geografico e gli unici elementi ci vengono dagli storici del passato, i quali sostengono che, ai loro tempi, si vedeva affiorare l’antica città medioevale. 



Lo Spano sembra il più informato di tutti, non solo per quanto riguarda l’ubicazione di Santa Igia, ma anche a proposito delle sue costruzioni. Egli sostiene, ad esempio, che accanto alla cattedrale si trovavano le fondamenta della reggia giudicale e quelle del castello detto di Santa Gilla, ubicato sull’orlo dello stagno. La città era grande e cinta da fossati e mura in cui si aprivano diverse porte. Al suo interno si ergevano il palazzo giudicale – «Actum in palatio regni Kallaretani in villa dicta Santa Gilia …» –, un palazzo arcivescovile a più piani – «Datum in inferiori camera palatii venerabilis patris Archiepiscopi Calaritani …» –, e quattro chiese attive.

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